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CHRONICLES OF A NEW LIFE

Cronache di infertilità e adozione

 
 
  • chiara.contufarci@gmail.com

La cova. Ovvero l'inizio e la fine

E ora che ho in pancia i miei due puntini?

Che si fa?

Mi prendo un paio di giorni da passare spaparanzata sul divano con le mani sulla pancia per matatone di serie TV e libri. A detta delle galline più affini a me se stai bene e ti senti bene è inutile stare immobile, meglio tornare alla vita normale di tutti di giorni. E il motivo è più che valido: le lancette passeranno più velocemente nella routine del lavoro e il cervello avrà altro a cui pensare. Altrimenti il rischio è di farsi mille inutili paranoie, basta e avanza il patema d'animo ad ogni pipì: lo sai che è una sciocchezza, è impossibile che i tuoi piccoli escano in questo modo, ma si sa, la mente angosciata è preda dei più terribili stupidi demoni. Guardare la carta igienica è lo sport più gettonato in quei 10 giorni di cova, a caccia di ogni piccola macchia che possa segnalare perdite indesiderate o l'orrida mestruazione. E sfido a non trovare strane tracce visto che ti stai infilando ovuli di progesterone in quantità!


Così torno al lavoro, giorno dopo giorno immersa nella quotidianità.

Fingo indifferenza, ma se ti avvicini troppo emano scariche elettriche.

Tutto sembra andare bene ma una mattina come le altre eccola lì, sulla carta igienica stagliarsi vigliacca la macchia rosa: scatta il panico, ti manca l'aria e cerchi di non svenire. Cosa sarà? Corri a chiamare le amiche guru della PMA che ti tranquillizzano: finché sono rosa, stai serena, è tutto nella norma. Norma de che? Cos'è la norma?! A quali studi vi riferite? E' comprovato?

Aspetti fino al giorno dopo e con la voce rotta parli al telefono col socio che purtroppo è fuori città per un paio di giorni.

E il giorno dopo arriva con le stesse macchie rosa.

L'amica saggia dice: fai il test, tanto sono passati abbastanza giorni. Compralo, vieni a cena da me e poi lo fai qui, non stare da sola.

Detto, fatto.

POSITIVO!!!! SONO INCINTA!!

Foto al test, messaggio al marito. Cuori a profusione.

Gioia infinita per almeno una notte.

Poi la mattina le macchie sono più rosse che rosa e la felicità si mette in stand by.

Le amiche tentano di calmarti ma capisci dal loro tono che stanno vacillando insieme a te.


Non mi resta che andare al Centro la mattina successiva anticipando il prelievo per dosare le Beta. Ho anche il turno di sera al lavoro, tutto si incastra alla perfezione.

Ago, provetta, tanti saluti, la chiamiamo noi dopo l'ora di pranzo.

E quelle ore sono interminabili. Vai da un'altra amica che lavora da casa per non stare da sola, il marito è tornato ma è al lavoro.

Drinnnnnn. Rispondi col cuore che esce dal petto.

Signora, Beta positive. Torni tra due giorni, ma se le perdite aumentano venga domani.

Perdite fisse, ma sempre uguali, torno come concordato.

Altra agonia in attesa del referto: Beta sempre positive, ma il valore sale in maniera molto anomala. Venga domani mattina facciamo un altro prelievo ed una ecografia. La felicità è sempre in pausa.


Di quei giorni ho un ricordo vivido e sbiadito allo stesso tempo; ho chiara la sensazione di galleggiare sopra gli eventi, trasportata da medici ed ostetriche. Ricordo tanti prelievi e braccia tumefatte, ecografie e consulti. Avanti e indietro casa e Centro. Niente lacrime, quelle sono in cova, come dovrebbe essere il mio utero.


Finché una mattina il team dei ginecologi decide di ricoverarmi: "signora i valori sono troppo anomali, le opzioni sono diverse. O è una gravidanza extra uterina, detta GEU, quindi pericolosa per lei; oppure una delle due blastocisti si è attaccata e l'altra invece è in extra uterina, oppure chi lo sa, meglio quindi averla qui in ospedale sotto controllo."

Panico, angoscia, debole speranza.


In ospedale passo due giorni con la stessa routine di prima fatta di prelievi, aghi, provette ed ecografie. Solo che dormo su un letto scomodo in una asettica stanza d'ospedale.

Mi mandano pure a fare una mega ecografia iper tecnologica dal ginecologo più guru che c'è, ma an che lui non vede nulla.


Leggo, guardo film sul tablet, di tutto pur di non pensare o uscire dalla stanza: sono nello stesso reparto delle partorienti, sento anche i piccoli cuccioli piangere. È una tortura! Ma a chi cavolo è venuto in mente di abbinare tutto insieme?! Solo un maschio sadico può pensare che le problematiche ginecologiche possano essere messe di fianco a chi sta per partorire o lo ha già fatto.

Per esempio nel letto di fianco al mio c'è una ragazza di 22 anni a cui hanno tolto l'utero per un tumore e nell'altro una donna più grande di me anche lei senza figli ma con un polipo gigante in pancia. Sadici bastardi! Scusate ma quando ci vuole ci vuole!


Gli amici fanno la spola per venire a trovarti in quel week end infinito, cercando di farmi ridere. Viene anche la mia amica incinta dopo la PMA, la mia guru, aggrappata come una leonessa al suo spillo che cresce ma sta facendo una fatica nera, tra scollamenti e perdite. Le tocco la pancia, ci coccoliamo un po'.


Lunedì mattina, dopo il prelievo mi dicono che verranno a prendermi per andare giù a fare un'altra ecografia.

Arrivano con al seguito altre due donne che devono fare lo stesso mio esame. Ci guardiamo angosciate. Prendiamo l'ascensore.

Inizio ad avere i brividi, sarà l'aria condizionata, del resto è giugno, fuori si schiatta dal caldo.

Scendiamo al piano interrato, quello delle visite aperte anche a chi non è degente: c'è il mondo, tutti oggi hanno deciso di fare visite ed esami ginecologici.

Sudo freddo, sarà l'agitazione, sarà la calca di gente e io sono in pigiama.

Mi si appanna la vista. Ok, ora inizio a preoccuparmi.


Chiamo l'infermiera che corre a prendere una barella. Ora sì, sono seriamente preoccupata.

Mi riportano su in stanza e arrivano di corsa i ginecologi. Per fortuna è arrivata anche la mia roccia, il socio.

"Signora la dobbiamo operare subito, a questo punto è chiaro che si tratta di una GEU, una gravidanza extra uterina". La scoperta dell'acqua calda mi dico.

Arrivo in sala operatoria, sopra di me luci fredde accecanti, intorno a me aria gelida, tremo.

Mi si para davanti agli occhi il faccione di uno dei ginecologi del Centro che in questi giorni insieme alla Doc mi ha seguito di più, mi prende la mano e mi rassicura.

Arrivano le lacrime, a fiumi.

Il sogno si è infranto. E io sto rischiando grosso.

Peggio non poteva andare.


Dormo.


Mi risveglio.

Sono in stanza, la mano di mio marito sopra la mia.

Dolori alla pancia, senso di vuoto.

I miei piccoli sono andati, raschiati via insieme ad una delle mie tube che stava per esplodere.


Aridità e desolazione.

Ma sono qui, sono relativamente sana. Tanta convalescenza e poi potrò tornare a combattere.

Solo un altro ostacolo mi dico.

Uno? Ce ne saranno milioni.

Questo è il racconto della mia prima prova di transfer. Ce ne saranno numerose altre.

Ci ho messo quasi tre anni ad arrendermi.


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